La “moda” e l’artigianalità – Le scarpe – Parte II

logoCon l’amaro in bocca e la paura nel portafoglio per la delusione descritta nella prima parte dell’articolo, mi sono dovuto mettere alla ricerca di qualche alternativa. Ho trovato un paio di calzaturifici italiani che mi davano delle buone sensazioni, ma non l’amore a prima calzata.
Sono sempre stato un convinto sostenitore che le migliori calzature fossero prodotte in Italia, sia per la presenza di distretti storici sia per l’industria conciaria, snobbavo immediatamente chi voleva discutere con in mano un paio di scarpe da poliziotto americano o con roba da dandy inglese.
L’ultima spiaggia però sarebbe stato l’approccio a qualcosa di estero. A denti stretti entro da Cappelletto a Treviso, la gentilissima commessa mi accompagna e ascolta le mie richieste. Proviamo qualcosa di italiano senza trovare la scintilla, proviamo qualcosa di americano ma non ci siamo con la misura, proviamo finalmente qualcosa di inglese. I marchi più conosciuti, preconcetto o no, non mi garbavano. Ultimo brand, mai sentito, Cheaney. Il packaging mi attira, molto sobrio ed elegante, scatola nera e scritte arancio. Provo la destra, perfetta, la sinistra altrettanto, facciamoci un giro e ritroviamo quella sensazione avuta con le fiorentine. Le tolgo e le osservo più attentamente: scritte sul cuoio interno fatte a mano, probabilmente codici aziendali, suola in cuoio, lavorazione delle pelli pressochè perfetta, cuciture magistrali, la differenza maggiore con le cugine italiane sta nel peso. L’italiana è una leggera barchetta carrozzata da Scaglietti mentre l’inglese è una più granitica Bentley. Fortunatamente calzandola non si avverte la notevole massa, proprio come dovrebbe essere viaggiando nel salotto della B alata.
Impossibile non portarle a casa, non so se sarà un matrimonio che durerà per tutta la vita ma le premesse per una piacevole convivenza ci sono tutte!

Visto che probabilmente molti italiani non conoscono questa marca provo a ricostruirvi la loro storia:

Northamptonshire ed eredità di Cheaney dal 1886

Il Northamptonshire è il distretto più famoso dell’Inghilterra per il settore calzaturiero, la tradizione popolare racconta che nel 1600 ci fosse ampia disponibilità di pelli e di materiali per la loro concia, questo unito alla necessità di fornire delle scarpe ai militari impegnati nella battaglia di Naseby ha dato l’impulso alla creazione dell’industria in questa zona.
In realtà solo 200 anni dopo i vecchi calzolai hanno cominciato ad organizzare l’attività e a creare delle aziende manifatturiere. Così avvenne anche per Joseph Cheaney che nel 1886 fondò la J.Cheaney Boot & Shoemaker dopo aver acquisito esperienza presso la fabbrica B.Riley. La prima sede nasce in Station Road ad Desborough. A quel tempo c’erano in paese circa sette industrie calzaturiere.
Nel 1890 Arthur e Harold si unirono all’avventura del padre, dopo 6 anni trasferiranno la sede in quello che è l’attuale stabilimento. Questo permise di riunire sotto un unico tetto i vari artigiani che prima curavano ogni singolo passaggio nel retro della loro casa. Ancora oggi tutta la lavorazione viene curata all’interno della fabbrica, dal taglio delle pelli alla lucidatura.

L'azienda ad inizio secolo (sede attuale)
L’azienda ad inizio secolo (sede attuale)

Joseph Cheaney
Joseph Cheaney
Joseph Cheaney fu un personaggio di primo piano per la comunità di Desborough, fu consigliere comunale e fu coinvolto anche nella locale parrocchia. Nel 1903, dopo l’entrata dei figli, viene modificata la ragione sociale in J.Cheaney & Sons, nel 1920 diventa una società per azioni con un capitale di 40.000 £, cifra notevole al tempo.

Prima Guerra Mondiale
Durante la Grande Guerra lo stabilimento era impegnato nella produzione settimanale di 2500 paia di scarpe e stivaletti, grazie a questo impulso è stato possibile accrescere le dimensioni sia durante il dopoguerra sia durante la grande depressione del ’29, in questa fase si sono sviluppati gli impianti e la rete commerciale per meglio coprire il Regno Unito.
Joseph “Dick” Cheaney, nipote del fondatore entra in azienda proprio nel 1930 e vi rimarrà fino al 1981 salvo una breve pausa per prendere parte al secondo conflitto mondiale in qualità di pilota della RAF.
Negli anni 50 Dick intuì la necessità di sviluppare le esportazioni così come completare la rete interna. Pur in un momento di travaglio per la situazione geopolitica non si è mai inteso abbassare gli standard qualitativi, ciò permise a Cheaney di guadagnare un’eccellente reputazione.

Dopoguerra e Anni 80

Dal dopoguerra ai primi anni ’60 l’azienda non produsse con il proprio marchio, ma conto terzi per importanti gruppi Usa e UK, questa strategia fu utile per portare una crescita di business ma Dick si rese conto che per sopravvivere al prossimo futuro avrebbe dovuto allearsi con un’organizzazione con dei punti vendita già operativi sia in Gran Bretagna che all’estero.
Per questo il ’66 è un anno fondamentale nella storia di Cheaney, da un lato vince il Queen’s Award per le esportazioni, dall’altro viene ceduta a Church & Co.
Dal 1967 la nuova proprietà varia il marchio in The Cheaney of England, nel 1971 riceve di nuovo l’Award per l’export. Nella seconda metà degli anni ’70 però iniziano le difficoltà portate dalle varie crisi mondiali, la situazione si fa talmente pesante che all’inizio del 1980 moltissimi calzaturifici del Northamptonshire sono cessati.
L’inversione di tendenza si ebbe a metà decennio quando ordini e fatturato inziarono a mostrare di nuovo il segno positivo, l’approccio al nuovo millennio quindi poteva essere visto sotto i migliori auspici.
All’inizio del 2002 Cheaney apre il proprio official store a Londra, con questo passo si completa il cammino verso l’eccellenza.

Jonathan e William Church
Jonathan e William Church
Jonathan e William Church
Ad agosto 2009 i cugini Jonathan e William Church acquistano Cheaney da Church & Co (la quale nel frattempo era passata a Prada). Con l’esperienza data da 5 generazioni di produttori conducono l’azienda seguendo i precetti del fondatore e curando tutte le fasi di lavorazione dal taglio delle pelli alla lucidatura finale, tutto come nel 1886.

Se volete sbirciare in azienda e “conoscere” William Church:

21 aprile 2016
In questa data l’azienda riceve il terzo Queen’s Award, la dedica è d’obbligo ai lavoratori, ai clienti e ai fornitori che hanno permesso questo successo!


Se ancora vi chiedete se davvero valgono i soldi, date un’occhiata al servizio di ripristino delle vecchie calzature: servizio offerto dalla casa madre volto a dare una nuova vita alle loro creazioni

Un ringraziamento particolare infine a tutto lo staff del punto vendita Cappelletto, cortesia e professionalità, un vero piacere riscoprire le vere botteghe condotte con passione.

“Moda” vs Artigianalità – Le scarpe – Parte I

pakersonshoes_1350985382_280Partiamo subito dai principali luoghi comuni, due ed in possibile contrasto uno con l’altro: la moda italiana è invidiata nel mondo, la moda italiana è spesso realizzata all’estero.
Qualche giorno fa sentivo dire alla radio che il vero tesoro dei brand italiani in questo momento non è l’alta moda bensì il pret a porter e ci credo. Considerando le dimensioni di certi carrozzoni obbligati ad investire milioni di euro per poter restare a galla nell’oceano delle grandi catene low cost o generaliste, non potrebbe essere altrimenti. Peccato che più che ad un tesoro assomigli ad una gallina dalle uova d’oro da spremere finchè non esala l’ultimo respiro.
Non sono mai stato un grande fanatico della moda anche se devo riconoscere che alcuni capi, acquistati in adolescenza e prodotti in Italia, mi hanno accompagnato per diversi anni. Per quella che è la mia esperienza la qualità generale dei brand più conosciuti sta raschiando il barile: camicie che stingono, si accorciano al primo lavaggio, pantaloni che si smontano dopo averli portati 4-5 volte, sui maglioni sorvolo perchè non voglio rovinarmi il fegato. Fortunatamente, per chi non si omologa, ci sono delle piccole aziende che con grande sacrificio e probabilmente con tante notti insonni riescono a farsi notare con prodotti di vera eccellenza fatti davvero in Italia.
Come detto non struggo d’amore per gli abiti, ma su un accessorio non ho mai saputo e voluto risparmiare: le scarpe! Purtroppo per questo oggetto la mia considerazione qui sopra viene elevata a potenza, ormai sul mercato trovi i big brands (con produzioni che vanno dall’est Europa all’estremo Oriente (anche per alcuni insospettabili perchè è difficile coniugare quantità e qualità!)) e, cercandoli con il lumicino, i piccoli “Artigiani”.
Non sopporto di avere i piedi troppo caldi, troppo freddi, troppo stretti o troppo comodi. Per necessità devo vestire quasi tutti i giorni una scarpa di tipo sneakers che per la legge di Murphy ha proprio tutti i difetti appena descritti. Nel tempo ho avuto modo di testare diverse marche e quasi sempre la prova si concludeva presto e miseramente sia che fossero economiche sia che fossero costose, sia fatte in Italia (sull’etichetta) sia fatte in Oriente.
Una marca invece mi ha conquistato fin dal primo paio: Pakerson. Le prime erano spazzolate e di un meraviglioso color melanzana, portate poco e rubate in una notte di fine maggio. Il secondo paio risale circa al 2001 e volendo potrei chiudere qui dicendovi che le ho ancora in armadio, pronte all’uso quasi come nuove. Il terzo paio sono stati dei mocassini che le vostre pantofole sarebbero più scomode. Ultimo paio: delle polacchine talmente morbide da sembrare un calzino ma al tempo stesso protettive da acqua e freddo. I conti sono presto fatti, 4 paia in 16 anni, 3 ancora in attività.
Proprio durante le vacanze estive mi sono deciso a cercare una scarpa che mi potesse coprire per l’inverno senza essere “formale” come lo stivaletto. Ovviamente la prima scelta cadeva sul marchio toscano, impossibile da trovare, i due fornitori abituali hanno fatto piazza pulita e alle mie richieste sono stati abbastanza evasivi. Non mi lascio scoraggiare e chiedo a Google. Panico: da quel che leggo l’azienda ha qualche difficoltà (dovute soprattutto alle tensioni geopolitiche in alcuni mercati strategici), non si capisce ancora bene che piega prenderà la cosa, ma la tristezza è tanta.
L’affetto che provo per questo marchio e per le loro creazioni è notevole e credo sarebbe una gravissima perdita per il vero “Made in Italy” se non si dovesse trovare una soluzione.

Prima di parlarvi del seguito vorrei passare a voi la palla: vale davvero la pena spendere circa un centinaio d’euro per un paio di scarpe ginniche assemblate in catena di montaggio da persone senza alcuna capacità artigianale in estremo Oriente? Vale davvero la pena acquistarle pensando di risparmiare mentre a conti fatti vi dureranno meno e vi obbligheranno a ricomprarne un altro paio? Vale davvero la pena sacrificare dei bravi artigiani italiani pensando di risparmiare su un accessorio e poi spendendo molto di più per dei brands prodotti in Tunisia, Marocco, Turchia, Portogallo, Est Europa (e che magari abusano del termine “Made in Italy”)?

Here Maps

Here

Oggi volevo parlarvi di un’app di navigazione che ho avuto modo di testare nel mio viaggio in Scozia, Here.
Avevo pianificato l’itinerario su Google Maps ma una volta sul posto non avrei avuto la possibilità di andare in roaming, mi sono messo quindi alla ricerca di un navigatore offline da installare nello smartphone. Dopo qualche prova ho individuato in Here la soluzione migliore.
Un po’ di storia: Nokia incorpora Navteq (leader nel settore mappe fino agli anni 2000) nel 2008. Nel 2012 a seguito di un’ottimizzazione aziendale si passa da Ovi Maps alla versione attuale Here, a dicembre 2015 viene ceduta a un consorzio di aziende composto da Audi, BMW e Daimler.
Forse per le vicessitudini legate a Nokia, forse per la presenza ingombrante di Google Maps, Here è pressochè sconosciuto all’utente medio ed è davvero un peccato. Permette di scaricare sul dispositivo la mappa completa di una nazione/regione e di sfruttare le funzioni di navigatore gps senza necessità di rete telefonica. Per inciso, ad inizio 2016 Google ha dato la possibilità di fare altrettanto con i dati di Maps, purtroppo però l’estensione dell’area scaricabile è davvero ridotta e a meno che non vi serva per fare casa-lavoro è abbastanza inutile.
I punti di interesse presenti comprendono tutte le categorie standard e sono molto numerosi, in 5 giorni non ho avuto nessuna difficoltà a rintracciare le mie varie destinazioni.
L’app è completamente in italiano e credetemi, non ha nulla di meno rispetto all’alternativa di Big G.
Scaricabile per dispositivi Android, iOS, Windows Phone, Fire OS (Kindle)

Stoats – Hai detto porridge?

Stoats Logo Real Foods Meet the Producer
Siete appassionati o curiosi di alimenti alternativi/naturali? Avete mai provato l’avena e il porridge?
Io ho fatto qualche tentativo con quello che trovavo nei vari supermarket o negozio bio italiani, personalmente lo trovavo gustoso quanto un pezzo di cartone. Ho voluto dare un’occhiata alle proposte di chi il porridge lo mangia da sempre, il Regno Unito. Tante multinazionali, pochi o pochissimi marchi indipendenti. Fra queste mosche bianche mi è piaciuta molto Stoats, azienda giovane con gente giovane!
Nasce come idea nel 2004, nel 2005 Tony e Bob girano i vari festival estivi con il loro piccolo chiosco dove offrono il porridge realizzato con la particolare miscela di avena, nel 2007 entrano nel Guinness dei Primati con il più grande porridge mai realizzato, il 2010 vede la prima esportazione negli Stati Uniti per un evento di running. In occasione delle olimpiadi 2012 vengono servite 26000 porzioni di porridge presso il villaggio olimpico. Una bella storia!
Quello che differenzia il porridge di Stoats da tutti gli altri è la particolare formula che unisce fiocchi di avena intera con altri spezzati, questo mix crea un effetto estremamente cremoso e delizioso, impossibile trovare di meglio!
Per i puristi c’è il tradizionale senza altri ingredienti mentre per chi preferisce un gusto più fruttato ci sono le proposte con mela e cannella, con albicocche e uvetta e semi di girasole e papavero.
Ovviamente le menti giovani non si sono fermate alla classica confezione, ma hanno ampliato la gamma con: barrette d’avena, biscotti (entrambi perfetti per gli sportivi o come snack naturale) e muesli (davvero molto golosi, è un muesli diverso da quello a cui siamo abituati (di derivazione tedesca), qui prevalgono avena e semi vari).

Purtroppo nella cultura italiana il porridge non è diffuso, ma le sue caratteristiche lo rendono perfetto soprattutto per chi deve mantenere particolari regimi alimentari, ha un buon contenuto di fibre alimentari e soprattutto non crea pericolosi picchi glicemici. Per coloro che fossero dubbiosi consiglio di provarlo con l’aggiunta di frutta fresca scelta in base alla stagionalità.

Il rovescio della medaglia è che al momento non esiste un importatore per l’Italia, ma non disperate, se siete interessati ci possiamo unire, effettuare un unico ordine e dividere le spese di trasporto.
Just write me 😉

Porridge-to-the-People-Blog

IL Miele – Carlo Amodeo

logo1Alcuni alimenti entrano nelle nostre case e vengono relegati a semplici automatismi, provate ad esempio a pensare al sale e al pepe. Spesso non ci curiamo della loro qualità perchè tanto: “ce ne va poco”, “sono tutti uguali”, oppure perchè gli stessi articoli classificati “d’eccellenza” costano sensibilmente di più.
Credo che anche per il miele possa valere la stessa regola, ho provato diversi mieli, di svariate zone d’Italia, ma li ho trovati sempre abbastanza anonimi, i profili organolettici delle varie schede tecniche prospettavano ventagli aromatici immediatamente tramontati all’apertura del vasetto. Ho accettato la questione passivamente perchè comunque non rappresentava mai l’elemento fondamentale di un pasto, era un “contorno” che purtroppo non meritava una ricerca più approfondita.
Questo finchè non mi ha incuriosito la storia di Carlo Amodeo, apicoltore in Sicilia che da circa vent’anni lavora per la salvaguardia dell’ape sicula, opera giustamente premiata dal Presidio Slow Food.
Come sempre mi sono documentato e ho poi acquistato tre mieli: eucalipto, cardo e carrubo. Le aspettative erano molto alte viste le piacevoli descrizioni presentate.
Una volta ricevuti confesso di essere stato molto colpito dall’eucalipto e dal carrubo e meno dal cardo che mi è sembrato “normale”. Purtroppo però ho applicato a questo prodotto lo stesso approccio che normalmente si usa per il vino: dal più esile al più potente. Per caso invece un giorno ho invertito l’ordine (spero di aver fatto bene) e fu così che il cardo esplose in un campo fiorito sotto il mio naso, avete presente quel profumo che è impossbile non immaginare guardando i quadri di Monet?
L’eucalipto mi ha conquistato con il gusto che ricorda molto il profumo della cera vergine, intenso ma non stucchevole.
Il carrubo invece lo considero come un vino d’annata, di difficilissima produzione essendo un miele invernale, racchiude la complessità aromatica tipica degli ingredienti siciliani. Prodotti che maturano in una terra opulenta che conferisce loro profumi, fragranza e gusto inarrivabili per gran parte delle altre regioni italiane. Il gusto iniziale rimanda al tipico frutto per poi spostarsi su caramella toffee, sentori di liquirizia, caffè e frutta secca.

Caratteristiche peculiari dell’ape sicula prese direttamente dal sito del produttore:
* L’ape sicula ha una maggiore varianza genetica rispetto ad ogni altra sottospecie di ape mellifera Europea, ciò è dovuto alle sue origini Africane. Per varianza genetica si intende un maggior numero di geni che garantiscono una maggiore reattività rispetto ad ogni possibile problematica.

* Sviluppo precoce della covata anche 8 o 9 telaini tra dicembre e gennaio, ciò consente di avere api giovani, quindi maggiore durata e dinamicità rispetto alla ligustica ed altre api nordiche, che hanno il blocco di covata invernale.

* Ape richiesta dai serricoltori per l’impollinazione delle colture protette (angurie, cantalupi, fragole ecc..) essendo nella sua rusticità attiva e funzionale nelle situazioni estreme dei tunnels, nei quali dagli 0° gradi della notte possono seguire i 40° gradi del giorno.

* È dimostrato che in ogni alveare soltanto un’esigua parte delle api esce a bottinare e di queste soltanto il 20% circa raccoglie il polline e quindi solo queste sono in grado di impollinare il fiore. Essendo il polline necessario al sostentamento della covata ed avendo l’Ape sicula abbondante covata tutto l’anno, molte più api vengono impiegate per la raccolta del polline, ciò comporta che a parità di bottinatrici le Api sicule riescono ad impollinare superfici maggiori di colture.

* L’Ape sicula ha consumi di miele molto ridotti, ciò consente a parità di scorte di miele una maggiore probabilità di sopravvivenza del cassettino.

* Forte capacità di autodifesa, in venticinque anni di lavoro con l’ape sicula e con la sicula f1 non mi è mai successo che un’arnia o un nucleo con regina si lasciassero saccheggiare.

Per tutto le altre informazioni Vi rimando al sito http://amodeocarlo.com

Un plauso infine al servizio sempre eccelso del negozio online Olico.it!

Satispay

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Ieri sera con il “buon” Barisoni su Radio24 ho avuto modo di ascoltare l’intervista ad Alberto Dalmasso, co-fondatore di Satispay.
Cos’è Satispay? Satispay è un sistema di pagamento indipendente dai circuiti tradizionali e che potrebbe mettere finalmente d’accordo consumatori e negozianti.
Per i primi è totalmente gratuito, per i secondi invece ha delle commissioni davvero irrisorie se paragonate a quelle delle carte di credito, la soglia infatti è di 10 Euro, 0 spese per transazioni inferiori, 0,20 fissi per movimenti superiori. Finalmente potremo pagare anche noi il caffè senza usare i contanti, come avviene già nei bar vicino alla Bocconi e in altre migliaia di strutture che hanno già aderito.
Il sistema si basa sull’IBAN bancario anzichè su una carta secondaria, questa caratteristica conferisce la più totale sicurezza visto che il solo codice IBAN non può essere utilizzato per generare pagamenti (a differenza del numero di carta di credito).
Anche la gestione in mobilità rappresenta un plus per chiunque, soprattutto per i negozianti che non sono costretti a rifiutare (o a mandare il cliente al bancomat) in situazioni di vendita fuori azienda.
Spero che questo articolo vi abbia incuriosito e che vogliate approfondire visitando il sito https://www.satispay.com/it/.
Ricordate sempre: #DoItSmart!

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Podcast Focus Economia con l’intervista ad Alberto Dalmasso

Chiusura “Alta Fermentazione”

Con la Willi’s Forest si chiude la stagione delle birre ad alta fermentazione. Come ogni anno con settembre si pongono a momentaneo riposo tutte le attrezzature in attesa della fredda stagione e delle sue birre a “bassa fermentazione”. Un ciclo che si perde nella notte dei tempi e che soltanto gli homebrewer riescono ad apprezzare completamente.
Lasciamo quindi maturare le quattro estive e diamoci un arrivederci!

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Nuova pagina: Hiking

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Pronti, via! Pubblicata la nuova pagina dedicata agli itinerari escursionistici collezionati negli ultimi anni. Purtroppo non saranno molti perchè quest’attività viene quasi sempre relegata al mese di agosto.
Comunque ne troverete già 4 di pronti e con diversi gradi di difficoltà, altri ne seguiranno nei prossimi giorni.

Buon divertimento!

Moo.com

Con la stagione 2016 mi sono deciso ad andare un passo oltre la timida autoproduzione e provare a dare un bel vestito alle mie birre. Mentre per le bottiglie è stato abbastanza semplice, non posso dire altrettanto per le etichette. Diversi siti offrono almeno a parole la stampa anche in piccole quantità, ma spesso si deve andare in fiducia. Dopo aver visto un paio di lavori da un amico ho voluto approfondire la conoscenza con Moo.com.
Ho compilato il form per la richiesta della campionatura e una volta ricevuta mi sono convinto, facevano proprio al caso mio.
Ho ordinato degli sticker rotondi per le mie tre nuove birre e visto che c’ero ho aggiunto pure dei piccoli adesivi con il QR code.
La realizzazione più la spedizione ha richiesto circa 10 giorni, la tempistica proposta dal sito è stata quindi pienamente rispettata, anzi un leggero anticipo.
Avendo già visto i campioni posso soltanto confermare l’ottima qualità di stampa, l’unico rammarico è per per lo sfondo bianco (la parte che va dal bordo del disegno al bordo della carta). Purtroppo lavorando con etichette sfumate non potevo scegliere uno dei colori proposti.
Se siete interessati a degli sticker in tinta unita andate pure tranquilli, se invece combinate più colori tenetene conto, oppure cercate di lavorare con uno dei loro numerosi template!
In ogni caso GRANDISSIMA MOO!!! Well done!

Great work @moo. #stickers #homebrewing

Una foto pubblicata da Gimo De Faveri (@gimodefaveri) in data:

The Malt Miller

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Credo che il disagio maggiore per ogni homebrewer sia la gestione degli ingredienti: solitamente i lotti di produzione sono di 28-30 litri e le ricette non prevedono delle quantità “tonde”.
Mentre il problema si pone in misura “minore” per quanto riguarda i grani maltati che non costano tantissimo e hanno dei buoni sottomultipli, è fastidioso per il luppolo. Spesso ne devi usare un paio e magari in tutto ti servono 80-90 grammi.
Con quello che rimane o hai una macchina per il sottovuoto o 99 su 100 lo butterai (insieme ai soldi spesi).
In diversi anni di acquisti online e in negozi fisici non ho mai trovato nessuno che avesse una soluzione al problema finchè non ho incrociato sulla mia strada The Malt Miller.
Il sito offre due modalità di acquisto, una standard e una personalizzata. La personalizzata prevede che inseriate e condividiate la ricetta, direi che come deal ci può stare! In questo modo tutti gli ingredienti vi verranno confezionati ad hoc e in caso di acquisti per più ricette verranno etichettati come da foto. Volete mettere il lusso di non sprecare nulla o di non avere mille pacchettini aperti che girano per il frigo?
Dimenticavo, il servizio è totalmente gratuito!!!

N.B. per il luppolo il servizio viene offerto esclusivamente per il confezionamento in pellet.

Malts from @themaltmiller

Una foto pubblicata da Gimo De Faveri (@gimodefaveri) in data:

Columbus hop from @themaltmiller

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