“Moda” vs Artigianalità – Le scarpe – Parte I

pakersonshoes_1350985382_280Partiamo subito dai principali luoghi comuni, due ed in possibile contrasto uno con l’altro: la moda italiana è invidiata nel mondo, la moda italiana è spesso realizzata all’estero.
Qualche giorno fa sentivo dire alla radio che il vero tesoro dei brand italiani in questo momento non è l’alta moda bensì il pret a porter e ci credo. Considerando le dimensioni di certi carrozzoni obbligati ad investire milioni di euro per poter restare a galla nell’oceano delle grandi catene low cost o generaliste, non potrebbe essere altrimenti. Peccato che più che ad un tesoro assomigli ad una gallina dalle uova d’oro da spremere finchè non esala l’ultimo respiro.
Non sono mai stato un grande fanatico della moda anche se devo riconoscere che alcuni capi, acquistati in adolescenza e prodotti in Italia, mi hanno accompagnato per diversi anni. Per quella che è la mia esperienza la qualità generale dei brand più conosciuti sta raschiando il barile: camicie che stingono, si accorciano al primo lavaggio, pantaloni che si smontano dopo averli portati 4-5 volte, sui maglioni sorvolo perchè non voglio rovinarmi il fegato. Fortunatamente, per chi non si omologa, ci sono delle piccole aziende che con grande sacrificio e probabilmente con tante notti insonni riescono a farsi notare con prodotti di vera eccellenza fatti davvero in Italia.
Come detto non struggo d’amore per gli abiti, ma su un accessorio non ho mai saputo e voluto risparmiare: le scarpe! Purtroppo per questo oggetto la mia considerazione qui sopra viene elevata a potenza, ormai sul mercato trovi i big brands (con produzioni che vanno dall’est Europa all’estremo Oriente (anche per alcuni insospettabili perchè è difficile coniugare quantità e qualità!)) e, cercandoli con il lumicino, i piccoli “Artigiani”.
Non sopporto di avere i piedi troppo caldi, troppo freddi, troppo stretti o troppo comodi. Per necessità devo vestire quasi tutti i giorni una scarpa di tipo sneakers che per la legge di Murphy ha proprio tutti i difetti appena descritti. Nel tempo ho avuto modo di testare diverse marche e quasi sempre la prova si concludeva presto e miseramente sia che fossero economiche sia che fossero costose, sia fatte in Italia (sull’etichetta) sia fatte in Oriente.
Una marca invece mi ha conquistato fin dal primo paio: Pakerson. Le prime erano spazzolate e di un meraviglioso color melanzana, portate poco e rubate in una notte di fine maggio. Il secondo paio risale circa al 2001 e volendo potrei chiudere qui dicendovi che le ho ancora in armadio, pronte all’uso quasi come nuove. Il terzo paio sono stati dei mocassini che le vostre pantofole sarebbero più scomode. Ultimo paio: delle polacchine talmente morbide da sembrare un calzino ma al tempo stesso protettive da acqua e freddo. I conti sono presto fatti, 4 paia in 16 anni, 3 ancora in attività.
Proprio durante le vacanze estive mi sono deciso a cercare una scarpa che mi potesse coprire per l’inverno senza essere “formale” come lo stivaletto. Ovviamente la prima scelta cadeva sul marchio toscano, impossibile da trovare, i due fornitori abituali hanno fatto piazza pulita e alle mie richieste sono stati abbastanza evasivi. Non mi lascio scoraggiare e chiedo a Google. Panico: da quel che leggo l’azienda ha qualche difficoltà (dovute soprattutto alle tensioni geopolitiche in alcuni mercati strategici), non si capisce ancora bene che piega prenderà la cosa, ma la tristezza è tanta.
L’affetto che provo per questo marchio e per le loro creazioni è notevole e credo sarebbe una gravissima perdita per il vero “Made in Italy” se non si dovesse trovare una soluzione.

Prima di parlarvi del seguito vorrei passare a voi la palla: vale davvero la pena spendere circa un centinaio d’euro per un paio di scarpe ginniche assemblate in catena di montaggio da persone senza alcuna capacità artigianale in estremo Oriente? Vale davvero la pena acquistarle pensando di risparmiare mentre a conti fatti vi dureranno meno e vi obbligheranno a ricomprarne un altro paio? Vale davvero la pena sacrificare dei bravi artigiani italiani pensando di risparmiare su un accessorio e poi spendendo molto di più per dei brands prodotti in Tunisia, Marocco, Turchia, Portogallo, Est Europa (e che magari abusano del termine “Made in Italy”)?

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