La “moda” e l’artigianalità – Le scarpe – Parte II

logoCon l’amaro in bocca e la paura nel portafoglio per la delusione descritta nella prima parte dell’articolo, mi sono dovuto mettere alla ricerca di qualche alternativa. Ho trovato un paio di calzaturifici italiani che mi davano delle buone sensazioni, ma non l’amore a prima calzata.
Sono sempre stato un convinto sostenitore che le migliori calzature fossero prodotte in Italia, sia per la presenza di distretti storici sia per l’industria conciaria, snobbavo immediatamente chi voleva discutere con in mano un paio di scarpe da poliziotto americano o con roba da dandy inglese.
L’ultima spiaggia però sarebbe stato l’approccio a qualcosa di estero. A denti stretti entro da Cappelletto a Treviso, la gentilissima commessa mi accompagna e ascolta le mie richieste. Proviamo qualcosa di italiano senza trovare la scintilla, proviamo qualcosa di americano ma non ci siamo con la misura, proviamo finalmente qualcosa di inglese. I marchi più conosciuti, preconcetto o no, non mi garbavano. Ultimo brand, mai sentito, Cheaney. Il packaging mi attira, molto sobrio ed elegante, scatola nera e scritte arancio. Provo la destra, perfetta, la sinistra altrettanto, facciamoci un giro e ritroviamo quella sensazione avuta con le fiorentine. Le tolgo e le osservo più attentamente: scritte sul cuoio interno fatte a mano, probabilmente codici aziendali, suola in cuoio, lavorazione delle pelli pressochè perfetta, cuciture magistrali, la differenza maggiore con le cugine italiane sta nel peso. L’italiana è una leggera barchetta carrozzata da Scaglietti mentre l’inglese è una più granitica Bentley. Fortunatamente calzandola non si avverte la notevole massa, proprio come dovrebbe essere viaggiando nel salotto della B alata.
Impossibile non portarle a casa, non so se sarà un matrimonio che durerà per tutta la vita ma le premesse per una piacevole convivenza ci sono tutte!

Visto che probabilmente molti italiani non conoscono questa marca provo a ricostruirvi la loro storia:

Northamptonshire ed eredità di Cheaney dal 1886

Il Northamptonshire è il distretto più famoso dell’Inghilterra per il settore calzaturiero, la tradizione popolare racconta che nel 1600 ci fosse ampia disponibilità di pelli e di materiali per la loro concia, questo unito alla necessità di fornire delle scarpe ai militari impegnati nella battaglia di Naseby ha dato l’impulso alla creazione dell’industria in questa zona.
In realtà solo 200 anni dopo i vecchi calzolai hanno cominciato ad organizzare l’attività e a creare delle aziende manifatturiere. Così avvenne anche per Joseph Cheaney che nel 1886 fondò la J.Cheaney Boot & Shoemaker dopo aver acquisito esperienza presso la fabbrica B.Riley. La prima sede nasce in Station Road ad Desborough. A quel tempo c’erano in paese circa sette industrie calzaturiere.
Nel 1890 Arthur e Harold si unirono all’avventura del padre, dopo 6 anni trasferiranno la sede in quello che è l’attuale stabilimento. Questo permise di riunire sotto un unico tetto i vari artigiani che prima curavano ogni singolo passaggio nel retro della loro casa. Ancora oggi tutta la lavorazione viene curata all’interno della fabbrica, dal taglio delle pelli alla lucidatura.

L'azienda ad inizio secolo (sede attuale)
L’azienda ad inizio secolo (sede attuale)

Joseph Cheaney
Joseph Cheaney
Joseph Cheaney fu un personaggio di primo piano per la comunità di Desborough, fu consigliere comunale e fu coinvolto anche nella locale parrocchia. Nel 1903, dopo l’entrata dei figli, viene modificata la ragione sociale in J.Cheaney & Sons, nel 1920 diventa una società per azioni con un capitale di 40.000 £, cifra notevole al tempo.

Prima Guerra Mondiale
Durante la Grande Guerra lo stabilimento era impegnato nella produzione settimanale di 2500 paia di scarpe e stivaletti, grazie a questo impulso è stato possibile accrescere le dimensioni sia durante il dopoguerra sia durante la grande depressione del ’29, in questa fase si sono sviluppati gli impianti e la rete commerciale per meglio coprire il Regno Unito.
Joseph “Dick” Cheaney, nipote del fondatore entra in azienda proprio nel 1930 e vi rimarrà fino al 1981 salvo una breve pausa per prendere parte al secondo conflitto mondiale in qualità di pilota della RAF.
Negli anni 50 Dick intuì la necessità di sviluppare le esportazioni così come completare la rete interna. Pur in un momento di travaglio per la situazione geopolitica non si è mai inteso abbassare gli standard qualitativi, ciò permise a Cheaney di guadagnare un’eccellente reputazione.

Dopoguerra e Anni 80

Dal dopoguerra ai primi anni ’60 l’azienda non produsse con il proprio marchio, ma conto terzi per importanti gruppi Usa e UK, questa strategia fu utile per portare una crescita di business ma Dick si rese conto che per sopravvivere al prossimo futuro avrebbe dovuto allearsi con un’organizzazione con dei punti vendita già operativi sia in Gran Bretagna che all’estero.
Per questo il ’66 è un anno fondamentale nella storia di Cheaney, da un lato vince il Queen’s Award per le esportazioni, dall’altro viene ceduta a Church & Co.
Dal 1967 la nuova proprietà varia il marchio in The Cheaney of England, nel 1971 riceve di nuovo l’Award per l’export. Nella seconda metà degli anni ’70 però iniziano le difficoltà portate dalle varie crisi mondiali, la situazione si fa talmente pesante che all’inizio del 1980 moltissimi calzaturifici del Northamptonshire sono cessati.
L’inversione di tendenza si ebbe a metà decennio quando ordini e fatturato inziarono a mostrare di nuovo il segno positivo, l’approccio al nuovo millennio quindi poteva essere visto sotto i migliori auspici.
All’inizio del 2002 Cheaney apre il proprio official store a Londra, con questo passo si completa il cammino verso l’eccellenza.

Jonathan e William Church
Jonathan e William Church
Jonathan e William Church
Ad agosto 2009 i cugini Jonathan e William Church acquistano Cheaney da Church & Co (la quale nel frattempo era passata a Prada). Con l’esperienza data da 5 generazioni di produttori conducono l’azienda seguendo i precetti del fondatore e curando tutte le fasi di lavorazione dal taglio delle pelli alla lucidatura finale, tutto come nel 1886.

Se volete sbirciare in azienda e “conoscere” William Church:

21 aprile 2016
In questa data l’azienda riceve il terzo Queen’s Award, la dedica è d’obbligo ai lavoratori, ai clienti e ai fornitori che hanno permesso questo successo!


Se ancora vi chiedete se davvero valgono i soldi, date un’occhiata al servizio di ripristino delle vecchie calzature: servizio offerto dalla casa madre volto a dare una nuova vita alle loro creazioni

Un ringraziamento particolare infine a tutto lo staff del punto vendita Cappelletto, cortesia e professionalità, un vero piacere riscoprire le vere botteghe condotte con passione.

“Moda” vs Artigianalità – Le scarpe – Parte I

pakersonshoes_1350985382_280Partiamo subito dai principali luoghi comuni, due ed in possibile contrasto uno con l’altro: la moda italiana è invidiata nel mondo, la moda italiana è spesso realizzata all’estero.
Qualche giorno fa sentivo dire alla radio che il vero tesoro dei brand italiani in questo momento non è l’alta moda bensì il pret a porter e ci credo. Considerando le dimensioni di certi carrozzoni obbligati ad investire milioni di euro per poter restare a galla nell’oceano delle grandi catene low cost o generaliste, non potrebbe essere altrimenti. Peccato che più che ad un tesoro assomigli ad una gallina dalle uova d’oro da spremere finchè non esala l’ultimo respiro.
Non sono mai stato un grande fanatico della moda anche se devo riconoscere che alcuni capi, acquistati in adolescenza e prodotti in Italia, mi hanno accompagnato per diversi anni. Per quella che è la mia esperienza la qualità generale dei brand più conosciuti sta raschiando il barile: camicie che stingono, si accorciano al primo lavaggio, pantaloni che si smontano dopo averli portati 4-5 volte, sui maglioni sorvolo perchè non voglio rovinarmi il fegato. Fortunatamente, per chi non si omologa, ci sono delle piccole aziende che con grande sacrificio e probabilmente con tante notti insonni riescono a farsi notare con prodotti di vera eccellenza fatti davvero in Italia.
Come detto non struggo d’amore per gli abiti, ma su un accessorio non ho mai saputo e voluto risparmiare: le scarpe! Purtroppo per questo oggetto la mia considerazione qui sopra viene elevata a potenza, ormai sul mercato trovi i big brands (con produzioni che vanno dall’est Europa all’estremo Oriente (anche per alcuni insospettabili perchè è difficile coniugare quantità e qualità!)) e, cercandoli con il lumicino, i piccoli “Artigiani”.
Non sopporto di avere i piedi troppo caldi, troppo freddi, troppo stretti o troppo comodi. Per necessità devo vestire quasi tutti i giorni una scarpa di tipo sneakers che per la legge di Murphy ha proprio tutti i difetti appena descritti. Nel tempo ho avuto modo di testare diverse marche e quasi sempre la prova si concludeva presto e miseramente sia che fossero economiche sia che fossero costose, sia fatte in Italia (sull’etichetta) sia fatte in Oriente.
Una marca invece mi ha conquistato fin dal primo paio: Pakerson. Le prime erano spazzolate e di un meraviglioso color melanzana, portate poco e rubate in una notte di fine maggio. Il secondo paio risale circa al 2001 e volendo potrei chiudere qui dicendovi che le ho ancora in armadio, pronte all’uso quasi come nuove. Il terzo paio sono stati dei mocassini che le vostre pantofole sarebbero più scomode. Ultimo paio: delle polacchine talmente morbide da sembrare un calzino ma al tempo stesso protettive da acqua e freddo. I conti sono presto fatti, 4 paia in 16 anni, 3 ancora in attività.
Proprio durante le vacanze estive mi sono deciso a cercare una scarpa che mi potesse coprire per l’inverno senza essere “formale” come lo stivaletto. Ovviamente la prima scelta cadeva sul marchio toscano, impossibile da trovare, i due fornitori abituali hanno fatto piazza pulita e alle mie richieste sono stati abbastanza evasivi. Non mi lascio scoraggiare e chiedo a Google. Panico: da quel che leggo l’azienda ha qualche difficoltà (dovute soprattutto alle tensioni geopolitiche in alcuni mercati strategici), non si capisce ancora bene che piega prenderà la cosa, ma la tristezza è tanta.
L’affetto che provo per questo marchio e per le loro creazioni è notevole e credo sarebbe una gravissima perdita per il vero “Made in Italy” se non si dovesse trovare una soluzione.

Prima di parlarvi del seguito vorrei passare a voi la palla: vale davvero la pena spendere circa un centinaio d’euro per un paio di scarpe ginniche assemblate in catena di montaggio da persone senza alcuna capacità artigianale in estremo Oriente? Vale davvero la pena acquistarle pensando di risparmiare mentre a conti fatti vi dureranno meno e vi obbligheranno a ricomprarne un altro paio? Vale davvero la pena sacrificare dei bravi artigiani italiani pensando di risparmiare su un accessorio e poi spendendo molto di più per dei brands prodotti in Tunisia, Marocco, Turchia, Portogallo, Est Europa (e che magari abusano del termine “Made in Italy”)?